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Le origini di Jason the toymaker

L’odore pungente del sangue pizzicava le sue narici e la cosa più sgradevole era che quel corpo esile non si muoveva più. Il suo ultimo respiro si era ormai dissolto nell’aria già parecchi minuti fa, mentre quel denso colore rosso si propagava con lentezza sul pavimento. Era successo tutto così in fretta: lei aveva provato a mentire, a prendersi gioco di lui e quando la situazione era degenerata in una piccola lite, uno strattone al suo braccio aveva cambiato l’esito delle loro vite. La perdita dell’equilibrio, lo spigolo del mobile e infine il silenzio.

Non è stata colpa mia, pensò Jason, è stato un terribile incidente!

Se ne stava in piedi dinanzi al cadavere di quella ragazzina, con il fiatone, e gli unici testimoni dell’incidente erano i pupazzi da lui costruiti che li circondavano. Nel negozio c’era solo lui e il cadavere.

Quando poi il sangue di Jason riprese a circolare, capì che doveva trovare una soluzione e che non poteva stare lì fermo senza fare nulla. Ma la situazione era troppo complicata.

<<Mi sbatteranno in una cella e getteranno via la chiave>> si disperò, <<Io... io non sono un assassino! Volevo solo rimproverarla, mi aveva ingannato con la storia del pupazzo difettoso per averne in cambio uno nuovo!>> camminò avanti e indietro, poi tornò a fissare il cadavere e questa volta con uno sguardo accusatorio, <<È stata tutta colpa tua!>> gridò furioso, <<Tu hai fatto succedere tutto questo!>>.

Decise di nascondere l’incidente e la prima cosa che fece fu chiudere il negozio per non far entrare nessuno. Portò la ragazzina nel laboratorio, dove lì creava i giocattoli che tutti acclamavano definendoli opere d’arte, e la posò sul tavolo da lavoro. In quella stanza c’era un forte odore di vernice, ma non bastava a coprire la puzza di sangue né dell’orrore che sarebbe successo dopo.

Jason si mise le mani in testa, affondando le dita tra le ciocche color mogano scuro e si sforzò di trovare una soluzione. Il suo sguardo si posò su un pupazzo a forma di serpente che giaceva per terra. Era una delle prime creazioni che aveva fatto, dopo quello strano incidente, e come per magia gli fu tutto più chiaro. Non aveva più bisogno di preoccuparsi.

Afferrò la sega a mano e si avvicinò al corpo. Usava quell’oggetto per tagliare i pezzi di legno che gli servivano per creare alcuni giocattoli, ma non quel giorno.

Jason fece un respiro profondo, il suo corpo tremava e il cuore batteva così forte da fargli male. Alzò la sega a mano e chiuse gli occhi rifiutandosi di vedere l’orrore che sarebbe successo.

 

Passarono quattro ore. Il serpente viola giaceva ancora per terra ma era diventato molto più gonfio. Jason era seduto su una sedia e stava in silenzio dinanzi al tavolo impregnato di sangue. Le lacrime avevano cessato di sgocciolare dal suo viso da quando aveva smesso di lottare per trattenere i conati di vomito. In quel momento era solo stordito e i suoi grandi occhi color ambra sembravano neri e spenti. Il cadavere era sparito, giaceva dentro la bocca del serpente e insieme a esso anche l’ultimo frammento di umanità di Jason.

<<Com’è potuto succedere tutto questo? Come ci sono arrivato fin qui?>>.

E la risposta era un solo nome: Amelia.

 

Oh, Amelia, la sua amica d’infanzia. La prima e l’unica! Perché prima di lei Jason era sempre stato un bambino chiuso nel suo silenzio. Chiuso nel suo mondo.

I suoi genitori erano severi, volevano vederlo studiare tutto il giorno e nella casa in cui viveva i giocattoli erano proibiti. Mamma e papà non erano brutte persone, lui sapeva che gli volevano bene ma non sapevano mostrare il loro affetto. Come ogni genitore, volevano che il figlio fosse perfetto e che avesse un futuro brillante ma tutte quelle pretese erano troppe per un bambino di 9 anni. Da parte sua, Jason aveva fatto tutto il possibile pur di renderli fieri: a scuola era uno studente modello ed era ubbidiente. Ma nonostante tutta la sua devozione non era mai abbastanza.

Anche se non poteva avere dei giocattoli in casa, Jason aveva costruito delle statuine di legno che custodiva nel giardino della scuola. Lontano dallo sguardo dei genitori, poteva giocarci senza essere punito. Li teneva nascosti sotto terra, custodendoli come un tesoro prezioso, fino a quando un giorno una bambina di nome Amelia si accorse di lui.

A dirla tutta, era stata la maestra della classe a chiedere ad Amelia di andare da lui. Lei era una bambina solare e amichevole, mentre lui era sempre stato schivo e timido. Ogni tentativo di farlo approcciare agli altri bambini era fallito e con il tempo i suoi coetanei avevano iniziato a prenderlo in giro. Quella maestra voleva solo aiutare Jason e in parte c’era anche riuscita, ma sacrificando Amelia.

Jason non era debole, anzi, in realtà era un perfetto manipolatore e maestro dell’inganno. Era un lupo che si nascondeva dietro la maschera di un agnello, eppure si era affezionato alla piccola Amelia.

Non le aveva mai fatto del male, anzi, lui voleva essere un bravo amico e voleva proteggerla. Questo poteva considerarsi un rapporto normale? Una bella amicizia tra bambini? Assolutamente no.

 

Forse, quello che nemmeno Jason riusciva a capire, era che il rapporto mancato dei suoi genitori aveva creato una grave dipendenza affettiva. Lui voleva essere sempre al centro dell’attenzione di Amelia, gli piaceva dire che lui era l’unico amico di cui aveva bisogno e la faceva sentire insicura. Jason non cercava l’amore e forse nemmeno l’affetto, lui voleva le lodi. Voleva essere importante per qualcuno e questo lo faceva sentire... vivo. Sentiva di esistere ed era bellissimo.

Voleva sentire quella sensazione ancora e ancora, così rendeva il mondo agli occhi di Amelia un posto pieno di persone cattive e chiunque osava intromettersi la pagava cara.

La dipendenza affettiva e le manipolazioni spesso facevano compiere a Jason brutte cose. Come con Lucy, un’amica di Amelia, che volle andare per prima sull’altalena e lui la spinse così forte da farla cadere causandole la frattura del polso. Oppure Jonathan, quando fu spinto giù dalle scale della scuola perché chiedeva sempre ad Amelia le matite colorate. Jason lo aveva spinto mentre era girato, come un vigliacco, perché sapeva che non sarebbe mai stato incolpato. Anche quel bambino, dopo quegli strani incidenti smise improvvisamente di parlare ad Amelia, come tutti gli altri.

Più lui cresceva e più i suoi dispetti diventavano pericolosi, ovviamente senza sminuire quelli precedenti! E intanto la povera e ingenua Amelia, intontita dalla gentilezza e dalle belle parole di Jason, sembrava cieca dinanzi a quegli strani incidenti che succedevano intorno a loro due. O forse, per meglio dire, non voleva vederlo.

 

Una volta adulti, Jason aveva scelto di aprire un negozio di giocattoli e per questa decisione i suoi genitori lo sbatterono fuori di casa. Che delusione! Dopo anni di duro lavoro alla fine il figlio aveva scelto un lavoro così stupido e precario. Al contrario di ciò che avevano immaginato però, Jason era felice ed era diventato un bravo giocattolaio.

La fantasia non gli mancava, persone di tutte l’età compravano le sue creazioni e inoltre aveva la sua fedele amica al suo fianco. Sarebbe stato bello se la storia fosse finita qui, ma il mondo perfetto che Jason si era costruito non durò molto a lungo.

 

Come ogni sera Amelia andava a far visita al suo amico quando il negozio chiudeva, per fargli compagnia.

Jason doveva sistemare il caos che avevano fatto quegli stupidi bambini, così si tolse il gilet beige per essere più comodo e si tirò su le maniche della camicia bianca.

Amelia si guardò intorno e fece un piccolo sorriso nostalgico, <<Pensaci bene, Jason. Sei partito da una statuina di legno fino ad arrivare a questo. Sei contento?>>.

<<Direi di sì, anche se inizio a odiare i bambini...>> rispose, <<Rovinano tutto ciò che toccano!>>.

<<Facci l’abitudine, loro sono i tuoi clienti più fedeli!>> lo prese in giro, mentre il ragazzo sbuffò.

<<Lo so è strano. Un giocattolaio che non sopporta i bambini>> Amelia non rispose, ma dal suo piccolo sorriso divertito era facile dedurre di essere d’accordo con lui, <<Ho deciso di diventare un giocattolaio perché mi piaceva dare forma alla mia fantasia... e anche perché sei stata tu la prima a dirmelo>>.

<<Eri bravo con le statuine di legno, così ti ho consigliato di diventare un giocattolaio o qualcosa del genere. Mi fa piacere che tu mi abbia ascoltato>>.

<<I buoni amici fanno questo>> rispose il giocattolaio, <<E per esserlo, a volte bisogna fare certe cose>>.

Amelia guardò l’amico con uno sguardo confuso, <<Che cosa vuoi dire?>>.

Jason alzò le spalle e la guardò con un sorriso <<Ti ricordi la lettera rosa?>>.

Oh, eccome se Amelia se la ricordava! Era stato uno dei giorni più sgradevoli della sua vita.

Quando aveva quindici anni, Amelia si era innamorata di un ragazzo della classe accanto alla sua. Non aveva il coraggio di confessare i suoi sentimenti e ovviamente Jason l’aveva spaventata come al solito, <<Se le persone scoprono i tuoi punti deboli è la fine. Non credo che sia una buona idea>>, aveva detto, ma un’amica di Amelia pensava l’esatto opposto. La incoraggiò e le consigliò che cosa scrivere nella letta, l’avrebbe poi consegnata il giorno dopo... ma qualcosa andò storto.

La lettera sparì dallo zaino di Amelia e fu attaccata sulla lavagna della classe del ragazzo che le piaceva. Vide la lettera che passava di mano in mano dai ragazzi e che leggevano con toni di scherno la sua confessione. Sentiva le risate e le battute poco divertenti, eppure il nome nella firma che gridavano non era il suo... ma quello dell’amica che la incoraggiò.

Fu presa in giro per l’intero anno scolastico e alla fine decise di cambiare scuola. Amelia non la vide mai più. Credeva che fosse stata chissà quale persona vigliacca a compiere quel gesto e invece fu proprio Jason.

<<Come hai potuto farmi questo? Perché?>> la voce era uscita a fatica.

<<Ti ho protetta. Come ho sempre fatto>> nel volto di Jason non c’era nemmeno il più piccolo accenno di pentimento.

<<Questo non è proteggere una persona!>> Amelia era arrabbiata, ma ciò che la faceva davvero innervosire era l’atteggiamento superficiale dell’amico, <<Questa non te la perdono, Jason>>.

Uscì con passo svelto dal negozio e chiuse la porta con tutta la forza che aveva. Jason la inseguì, ma non fece un passo in più oltre la soglia del negozio, <<Ti sei forse arrabbiata?>>.

Ovviamente l’amica non rispose e tirò dritto verso casa. Era così arrabbiata che chiunque si fosse messo sulla sua traiettoria ci avrebbe camminato sopra come un treno senza freni. Giunta finalmente a casa però, si chiuse in camera sua e si lasciò andare in un lungo pianto.

Amelia non pianse solo per quella lettera ma anche per tutte le persone che Jason le aveva allontanato. Fu come svegliarsi all’improvviso da un lungo sonno. Per anni aveva fatto finta di non vedere per paura di perderlo e non riusciva davvero a capirne il motivo, forse perché era solo una stupida o forse perché le piaceva sentirsi importante in quelle rare volte quando Jason le faceva un complimento.

Aveva lasciato allontanare tutti gli altri amici pensando che fossero falsi, ma l’unico che sarebbe dovuto sparire dalla sua vita era lo splendido e innocente Jason!

Dall’altra parte invece, il giocattolaio restò nel suo negozio e dopo che finì le sue faccende si chiuse nel suo piccolo laboratorio. Sistemò le coperte sul divano e si sdraiò. Agli occhi di un estraneo il suo atteggiamento non era stato uno dei migliori, anzi si era comportato da perfetto stronzo, ma in realtà era molto dispiaciuto che Amelia si fosse arrabbiata così tanto con lui.

Decise che il giorno dopo, quando l’amica sarebbe tornata a trovarlo, avrebbe provato a farla calmare. A differenza di ciò che si aspettava però, il giorno dopo Amelia non si presentò al negozio così come quello dopo e quello dopo ancora.

 

Passò un mese e Jason non aveva più avuto notizie della sua amica. Il suo orgoglio da uomo gli aveva impedito di andare a suonare il campanello di casa sua, ma tutto quel tempo gli era servito per pensare a un modo per farsi perdonare. Non era ancora convinto che ci fosse qualcosa da perdonare in quello che aveva fatto, non riusciva a capirlo, ma conosceva Amelia alla perfezione e sapeva che bastava poco per farle dimenticare la rabbia. Un giocattolo sarebbe bastato ma Jason aveva fatto qualcosa di davvero speciale: un carillon.

Non lo aveva comprato, lo aveva costruito con le sue mani che alla fine del duro lavoro erano piene di ferite e schegge di legno. Ma non era quella l’unica sorpresa.

La parte più fondamentale di quel regalo, il dono più importante, era un piccolo pupazzo a sua immagine e somiglianza che aveva nascosto dentro il carillon. Sarebbe stata una sorpresa dentro la sorpresa!

Il pupazzetto era grande quanto il palmo di una mano, aveva gli stessi abiti di Jason, lo stesso colore di capelli e due bottoni neri come occhi.

<<Non è bello come l’originale, ma le piacerà di sicuro!>>.

In quel pupazzo c’era racchiusa la speranza, ma anche la profonda paura e il tormento che avevano sempre ossessionato Jason. Voleva solo avere qualcuno nella sua vita che lo apprezzasse e che non avesse bisogno di nient’altro al di fuori della sua compagnia. Voleva essere un punto di riferimento, una persona importante, perché era così bella quella sensazione quando qualcuno aveva bisogno del suo aiuto. Come nel discorso di prima, quando Jason sentiva di esistere come essere umano e non come oggetto.

Quel pupazzo doveva essere una specie di porta fortuna per lui ma dopo che lo creò tutto iniziò ad andare storto.

Per Jason, questo era l’inizio della fine.

 

Dopo che costruì i suoi due regali, passarono tre giorni e Jason non aveva ancora avuto modo di uscire dalla stanza delle creazioni. Era Lunedì e la gente sostava dinanzi al negozio chiedendosi come mai era tutto chiuso.

Jason non stava bene. Aveva un terribile mal di testa e sudava freddo. Tuttavia non voleva più aspettare, così uscì dal retro del negozio e andò a casa di Amelia sacrificando il suo corpo dolorante.

Quando bussò alla porta di casa sua si aspettava di vedere il suo volto, con quei capelli color cioccolato e gli occhi azzurri, invece si trovò dinanzi a sé la madre e dal suo sguardo intuì che non era contenta della sua visita.

Jason si schiarì la voce, <<Buongiorno signora, c’è sua...>> e proprio in quell’istante, Amelia si affacciò dalla porta e si fermò di fianco alla madre, <<Ciao Amelia>>.

Lei abbassò lo sguardo e le sue guance diventarono rosse, <<Ciao...>>.

<<Come mai sei qui?>> chiese la madre interrompendo quel silenzio imbarazzante.

Le labbra di Jason si curvarono in un sorriso e mostrò il suo prezioso carillon, <<Ti ho portato questo regalo per fare pace. L’ho costruito con le mie mani e dentro c’è un’altra sorpresa!>>.

Per un breve istante gli occhi di Amelia s’illuminarono, era indecisa se accettare il regalo di Jason ed era quasi convinta di volerlo perdonare... ma la madre non si lasciò ammaliare da quel sorriso. Non lo aveva mai fatto, fin da quando Jason era solo un bambino apparentemente innocente.

Aveva sempre trovato strano il suo comportamento, dal giorno in cui capitò quel piccolo incidente:

Era andata a preparare la merenda e la piccola Amelia l’aveva seguita per darle una mano. Jason era rimasto solo con il canarino di sua figlia. Era il suo primo animale da compagnia e Amelia si era affezionata. Andava tutto bene, ma poi apparve Jason e affermò che il canarino non si muoveva più. Andarono tutti e tre in salotto e la povera Amelia iniziò a piangere. Intanto Jason era al suo fianco. Le accarezzava la schiena e le diceva di non preoccuparsi, che sarebbe andato tutto bene. In quella frase non c’era nulla di male, Jason voleva solo consolare Amelia, ma quel sorriso quasi invisibile non era sfuggito allo sguardo della madre.

Più volte aveva detto alla figlia che c’era qualcosa di strano in lui, lei si era sempre rifiutata di ascoltarla ma la sua pazienza era finita, <<Amelia non vuole più essere tua amica, Jason. E forse è meglio così, credimi>>.

Jason aggrottò le sopracciglia, <<Cosa?>> chiese incredulo, poi guardò lei, <<Ma... Perché? Ti sono sempre stato accanto, hai sempre potuto contare su di me>> disse, ma Amelia continuava a tenere lo sguardo basso come un cane bastonato, <<Ho fatto questo regalo per te, per favore!>>.

Jason porse il carillon ad Amelia, ma lei lo respinse quasi con titubanza. Con quel gesto, in quel preciso istante sentì una forte stretta al petto. Un dolore lancinante che gli fece quasi perdere l’equilibrio.

<<Ti senti bene?>> Amelia si accorse di quella reazione e finalmente guardò il ragazzo negli occhi.

<<Come... come posso sentirmi bene?>> Jason respirò con fatica, <<Ti sono sempre stato accanto, nonostante tutte quelle cose che ho fatto e che tu reputi imperdonabili. E ora mi fai questo>> disse, <<Che cos’è? Una punizione? Una vendetta? Non m’importa più niente>> si ricompose e guardò Amelia, <<Ti reputavo una persona intelligente, evidentemente questo è stato il mio unico errore>>.

Soddisfatto nel vedere gli occhi lucidi dell’amica, Jason si voltò e si avviò verso il negozio.

 

Per diverse settimane, Jason non fu più lo stesso. La rabbia era tanta e le sue condizioni non miglioravano. Voleva solo andare avanti nella sua vita, ma poi accadde l’incidente con quella ragazzina.

Seduto su quella sedia, con lo sguardo perso nel vuoto e le mani che sgocciolavano di sangue, Jason sentiva che qualcosa in lui era cambiato per sempre. Non provava più nulla e il suo corpo stava cambiando. Non si stava lasciando andare alla depressione e non era triste.

Quella realtà non gli piaceva più.

Mentre era distratto dall’idea di andarsene via da quella piccola città, riconobbe la voce di Amelia chiamarlo fuori dal negozio.

Non ebbe una reazione esagerata, non scodinzolò come un cane, pensò solo a darsi una ripulita veloce e senza alcuna esitazione le aprì la porta.

Il volto impassibile non passò inosservato dinanzi allo sguardo fugace di Amelia, che dopo un breve silenzio fu la prima a parlare, <<Posso entrare?>>.

Jason si fece da parte silenziosamente, lasciò passare la ragazza e chiuse la porta lasciando esposto il cartellino con su scritto “CHIUSO”.

<<Mi dispiace di averti disturbato, volevo solo sapere come stavi. Credo che dobbiamo parlare>>.

Amelia sapeva che c’era qualcosa di strano in Jason, ma non era solo quello... anche nell’aria c’era uno strano odore.

<<Non c’è più niente da dire e onestamente questo non è un buon momento per me>>.

<<Ti senti bene? Stai sudando>>, Jason si guardò intorno boccheggiando come un pesce fuor d’acqua e Amelia posò una mano sulla sua spalla, <<Dimmi che cosa ti succede. Stai male?>>.

Fece un profondo sospiro, <<Ho... ho ucciso una ragazzina>> lei spalancò gli occhi e lentamente, con stupore, allontanò la mano da Jason, <<Giuro che è stato un incidente, non volevo finire in galera per questo così... io... >>.

<<Continua>> in realtà aveva paura di quello che avrebbe sentito, ma il balbettio di Jason lasciava spazio all’immaginazione ed era ancora peggio.

<<Ho fatto a pezzi il cadavere e l’ho nascosto all’interno di un pupazzo>>.

Forse sì, era meglio lasciar andare l’immaginazione e non sentire quelle orribili parole uscire dalla bocca di Jason. Davvero era stato capace di fare una cosa del genere? Non era innocente, lo sapeva bene, ma non avrebbe mai immaginato che Jason avrebbe potuto uccidere. Bisognava mantenere il controllo in queste situazioni e la soluzione era una sola.

<<Jason, devi costituirti>>.

Il giocattolaio, che fino a quel momento aveva avuto l’espressione di un topo in trappola, si tolse le mani dalle tempie e fissò Amelia. Il suo sguardo era sorpreso, come se avesse ricevuto all’improvviso una pugnalata alla schiena.

<<Tu... vorresti davvero che io confessassi l’incidente? Sai benissimo come andrà a finire!>>.

<<Devi tentare Jason. Non puoi comportarti come se non fosse successo niente. Inizieranno a cercarla e prima o poi la troveranno!>>.

<<Non posso farlo, Amelia!>> ringhiò il ragazzo.

<<Bene, allora lo farò io per te!>>.

Jason si zittì all’istante e guardò la ragazza spalancando gli occhi con stupore, <<Tu avresti il coraggio di farmi una cosa del genere?>>.

<<È per il tuo bene>>.

Lui fece una risata isterica, <<Non farmi ridere! Sei sempre stata solo una stupida!>> iniziò ad avvicinarsi e al tempo stesso Amelia indietreggiò, <<Lo sai? Ho sempre provato a renderti una persona migliore ma ho capito che non vali niente. Non ti consiglio di provocarmi con le tue stronzate>>.

<<Credi che non lo farò? Stai a vedere!>>.

Si girò verso l’uscita ma ovviamente Jason la bloccò afferrandola per i capelli. Iniziò una lotta tra i due e Amelia capì che se Jason aveva ucciso una volta allora lo avrebbe fatto anche la seconda. Temeva che la prossima, infatti, sarebbe stata proprio lei.

Avrebbe dovuto comportarsi in un’altra maniera e forse avrebbe dovuto fingere di sostenerlo, ma come ogni altra volta aveva fatto la scelta sbagliata. Jason aveva ragione, era proprio una stupida, lo era sempre stata o magari lui l’aveva fatta sentire così tante di quelle volte inferiore che ormai si era convinta. Chi può saperlo?

Per proteggersi Amelia riuscì a rubare un cacciavite sul bancone ma non ebbe mai modo di usarlo. Non poteva fare niente contro il corpo di Jason e quando quest’ultimo la sbatté contro il muro, l’impatto fu così violento che le forze di Amelia si esaurirono all’istante. Cadde per terra e la testa iniziò a farle terribilmente male... ma Jason si era fermato. Lei alzò lo sguardo e vide il cacciavite conficcato nel cuore del giocattolaio. Lui stava fermo a fissare sconvolto l’oggetto conficcato, mentre la macchia di sangue si faceva sempre più grande nel suo gilet.

<<Maledetta... stronza!>> afferrò il cacciavite e lo sfilò scagliandolo con violenza contro il pavimento, poi si ricompose e si asciugò il sudore dalla fronte, <<Non è gentile da parte tua, Amelia!>> poi si avvicinò e le diede un calcio in faccia. L’urto la stordì ma non abbastanza da farle perdere i sensi e restò sdraiata.

<<Mi dispiace che sia andata a finire così, Amelia cara>> poi ridacchiò, <<No, scherzo. A dire il vero non m’interessa>> la vista della ragazza era leggermente sfocata, ma era inconfondibile l’oggetto che il giocattolaio stava tenendo: una sega a mano.

Era giunta la sua ora, lo sapeva, e gli occhi iniziarono a inumidirsi di lacrime. Avrebbe sofferto tanto? Quanto ci avrebbe messo a morire? Sarebbe morta per il dissanguamento o per il dolore atroce?

Nonostante il terrore Amelia decise di provare a fuggire ma il suo corpo era troppo lento. Si girò goffamente da un lato ma Jason poggiò un piede sulla sua spalla e la girò.

Gli occhi stanchi della ragazza fissarono il giocattolaio e vide che con le dita accarezzò i denti metallici dell’oggetto. Avrebbe giurato che si stava godendo l’attimo prima del massacro, ma poi vide che Jason abbassò la sega a mano e che sospirò, <<Ci sono tante cose che vanno al di là della comprensione umana. Alcune possono trovare una spiegazione e altre no. Siamo convinti di sapere ogni segreto del mondo in cui viviamo, ma la verità è che non sappiamo un cazzo>>.

<<Cosa... Che cosa stai dicendo?>> chiese Amelia, anche se le costò davvero tanta fatica.

Jason s’infastidì e rassegnato scosse la testa, <<Sei troppo ingenua, non puoi capire>> e lentamente iniziò a indietreggiare allontanandosi da lei, <<Non serve una stupida stella cadente per esaudire un desiderio quando esso è veramente intenso. Siamo noi a rendere possibile l’impossibile>>.

Forse era stata la botta a causarle un’allucinazione, ma dopo che Jason parlò il muro alle sue spalle iniziò a gonfiarsi. La parete si sgretolò e sbucò una porta blu con un pomello dorato.

<<Non so perché, ma questa bambola è diventata il mio cuore>> Jason aveva il carillon aperto tra le mani e lo guardò con un’espressione ancora confusa, <<L’unico posto in cui posso custodirla è dentro il carillon, ma questo è nato come un regalo e lo voglio donare lo stesso a qualcuno che ti rimpiazzerà. Qualcuno più intelligente e alla mia altezza: un prescelto>>.

<<Nessuno...>> sbiascicò Amelia ormai stremata, <<Nessuno vorrà un mostro come te!>>.

Jason, che nel frattempo aprì la porta blu, si girò verso la ragazza e sorrise, <<Il mio nome è Jason e significa “colui che guarisce”. Lo sapevi? Ovviamente no>> la sua espressione era presuntuosa, <<Chiunque ti sostituirà, se non sarà in grado di capire le mie buone intenzioni lo aggiusterò. Dopotutto anche un giocattolo rotto si può sempre aggiustare>>.

<<Che cosa? Tu sei pazzo! Le persone non sono come i tuoi stupidi pupazzi>> urlò Amelia, <<Dove vorresti andare? Non... non puoi scappare!>>.

<<Io non sto scappando, idiota, ma non preoccuparti. Tornerò>>.

Il corpo di Amelia rabbrividì dinanzi a quel finto sorriso e impotente lo vide poi sparire dietro la porta.

Il legno si accartocciò su se stesso, le schegge caddero in piccoli brandelli sul pavimento e il muro tornò di nuovo intatto come se lì non ci fosse mai stato niente.

 

Amelia passò il resto della sua vita pensando che Jason sarebbe potuto tornare da un momento all’altro per farle del male, ma la verità era che Jason aveva scelto di risparmiarla.

Lei non si rendeva nemmeno conto di quanto fosse stata fortunata, perché nessun’altro dopo di lei avrebbe conosciuto la sua pietà... come quelle bambole di cera, di ogni età, che iniziarono a riempire sempre di più la terribile stanza dei giochi. E quei pupazzi, che sapevano prendere vita, erano gli unici testimoni silenziosi nel mondo splendido e al tempo stesso orribile di Jason il giocattolaio.

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